La bocca era impastata, facevo fatica a deglutire. Gli occhi non riuscivano ad aprirsi del tutto e la luce accecante che arrivava dalla finestra li teneva ancor più prigionieri del buio. Sudavo… sentivo il sudore colare piano sul collo, sulle tempie. E un dolore terribile al braccio destro. Era come avere un ago piantato nel braccio. No non era come, era un ago piantato nel braccio. Risalivo piano lo sguardo seguendo il tubicino trasparente che vi era collegato. Arrivava fino alla boccia di vetro con le gocce che cadevano piano, lente, una dietro l'altra. In ospedale, ero in un letto di ospedale e mi ricordavo cosa era accaduto a casa di Irene, il mio essermi sentito male, l'abbandonarmi senza vita. Da quanto ero in quel letto di ospedale, che ore erano? Il sole picchiava non sembrava il sole del pomeriggio, era pieno, forte. Ripensavo a quello che era accaduto, ripassavano le immagini dei quella mattinata senza respiro. Alle sei aveva chiamato l'ispettore Neri per dirmi del ritrovamento del corpo di una donna. Niente doccia, niente barba e niente caffè, mi ero vestito, avevo preso l'attrezzatura ed ero partito. Alle sette ero al pontile. Saranno state le otto, forse le otto e mezzo, quando ho... Dio! Non riuscivo nemmeno a pensarlo che avevo visto il corpo senza vita di Irene. Le immagini passavano nella mente e rubavano le parole, le grida, il mio correre, l'essere fermato da due carabinieri… e poi Neri e Salvetti che facevano le domande ed io che rispondevo senza nemmeno rendermene conto. Che avevo detto? Vuoto completo. Qualcosa dovevo averlo detto lì, prima di andare in questura con Solvetti. Certo che qualcosa avrò detto! Vuoto completo... Solo le facce dei colleghi intenti a scrivere sui loro taccuini, il mio gridare, il non poter respirare come se i polmoni fossero stati di ghiaccio. Poi in questura. Quanto ci sono stato con Salvetti a parlare? Due ore, tre ore? A che ora siamo andati a casa di Irene? Forse poco prima di pranzo, forse un po’ più tardi. Da quanto erano lì polizia e carabinieri a frugare nel passato di Irene? Da quanto? La testa funzionava ma non riusciva ancora a collegare in maniera adeguata i pensieri, Il mio era semmai un voler cercare un filo logico che permettesse di essere analitico, poderare ciò che era accaduto, ma usciva tutto di colpo, senza che potessi controllare nulla, come se il cervello stesse elaborando... come fa il computer.... attendere prego!
Quello che mi mandava in bestia era non sapere gli orari, i tempi… dare una sequenza temporale ai fatti ma senza una precisione, senza sapere i tempi esatti… come se fosse uno spettacolo teatrale, bello quanto vuoi, ma senza i tempi che lo sanno raccontare. E il magistrato? Come faceva a sapere certi particolari? I giochi... “c'erano giochi particolari tra lei e la Mascari?” Non era una domanda, era il cercare una conferma. La certezza di un indizio. Come faceva a sapere? No, non credo che Irene tenesse un diario, non me ne aveva mai parlato. Come erano riusciti a risalire ad amicizie e conoscenze? Ecco... ancora i tempi, quei maledetti tempi che mi mancavano.
- Mi manca il tempo di stare con te… - sussurrava Irene, anche se quella frase sembrava un rimprovero.
- Cosa significa che ti manca il tempo per stare con me? -
- Che vorrei più tempo... vorrei fare mille cose con te, riempire le giornate di te e di me. Andare in centro da persone libere e poter girare per negozi, andarmene via, andare a cena, al teatro, al cinema, con te... -
Quante volte Irene mi ripeteva quelle frasi, erano quasi un refrein puntuale e che sottolineava il momento piacevole che avevamo passato insieme. Era come la richiesta di viverlo ancora, di poterlo vivere sempre, di non sapere quanto e se sarebbe durato.
Cinque giorni con lei tra mare e montagna, sospesi tra cielo e terra. Era stata la nostra ultima vacanza. Bellissima. Niente di particolare, solo cinque giorni insieme. Centoventi ore senza mai staccarsi un attimo, pelle su pelle, respiro su respiro, anima che intreccia l'altra anima. Un lungo viaggio senza nessuna meta, attraverso la campagna toscana fino a raggiungere il mare, fermandosi per vedere, assaporare, conoscere… vivere quegli istanti come se fossero stati gli ultimi che ci era concesso di vivere. Giorni che erano meravigliosi, giorni che dovevano esserlo. Ma negli occhi di Irene c'era la tristezza. La vedevo quella "animalinconia" che io conoscevo. La vedevo anche se lei faceva di tutto per evitare di lasciarmela leggere.
- Un centesimo per i tuoi pensieri... -
La risposta non arrivò immediata e questo me lo aspettavo. Sapevo che i pensieri frullavano e frullavano nella sua mente.
- Quando potremo vivere insieme? - chiese lei con un filo di voce.
Era la domanda classica del nostro stare insieme, un "repetita juvant" che era diventata una sorta di ossessione. Quando saremmo stati insieme, legati, sotto un unico tetto? Irene conosceva i miei problemi, il mio voler attendere, l'aspettare. Diceva che ogni volta mettevo una scusa per non rispondere o per sviare il discorso. Ecco, quando fai così sei proprio un bastardo, diceva. Avrei dovuto dirle: io non mi fido di te? Avrei dovuto dirle che dopo quella sera di "sono in un letto grandissimo" io non mi fidavo di lei? Avrei dovuto dirle che ero terribilmente, mostruosamente, vergognosamente geloso di lei? Io che non avevo gelosia per nessuna ero geloso di lei, geloso di come si comportava, della troppa confidenza che dava agli altri, di come si metteva in mostra, di come si ponesse sempre al centro dell'attenzione. Glissavo e facevo finta di nulla quando mi raccontava di essere stata avvicinata da un uomo mentre prendeva il caffè, mentre faceva benzina, mentre andava a vedere i mobili… di quel suo essere ritrosa all'inizio e poi essere lei a cercare il dialogo. Perchè mi raccontava questo? Perchè lo sottolineava, perchè non evitava e faceva spallucce invece di sentirsi le parole come se fossero state corteggiamento, invadenza, un entrare in una confidenza che non era necessaria? Non mi piaceva quell'atteggiamento e glielo dicevo. Non dare confidenza, Irene, lo sai che non mi piace. Sei geloso? No, non sono geloso (e mentivo) è solo che mi rompe la scatole sapere che sia così. E ricordavo gli episodi: l'idraulico che faceva i lavori in casa e che la chiamava per nome, il tipo che abitava accanto nella prima casa che avevamo trovato e che la invitava a mangiare una pizza, il vecchio Montesi che curava il giardino dell'agriturismo dove lei lavorava e che la guardava senza nascondere minimamente il desiderio, le battutine, gli sguardi. E lei che lasciava fare, come se giocasse con quel desiderio, come se ritornasse buono per dirmelo la sera e scatenare fantasie. Che donna era Irene. Perchè questo desiderio di essere cercata, avvicinata, desiderata? E se non mi avesse mai raccontato tutto? Se fosse stato solo l'incipit quello che raccontava a me? Per farmi ingelosire? Per misurare la mia gelosia? Sapeva quello che avevo passato quella notte, sapeva quello che avevo passato, lo sapeva, lo sapeva benissimo... ed allora perchè spingere l'acceleratore di un motore che è già al limite? Che senso aveva? Non era aggiungere al nostro amore, era togliere. Era mangiarselo un po’ alla volta. Non era costruire, era smontarlo, alimentarlo di dubbi, di gelosie, di azioni che non riuscivo a comprendere.
Avrei dovuto dirlo: Irene, non dimenticare mai dove ti ho trovata, come ti ho conosciuta, come è nata la storia, quello che abbiamo fatto, come lo abbiamo fatto....
Avrei dovuto dirlo: Irene sai cosa mi hai fatto, sai come mi hai già ucciso una volta, sai che non mi fido di te.
Ma preferivo trovare altre scuse, preferivo voler trovare altre scuse, buone, valide e comunque veritiere, ma che non erano la principale: io non mi fidavo di Irene. Sapevo benissimo di essere un infedele per natura, per mia stessa essenza. Quante volte avevo tradito un amore, quante volte me ne ero fregato dell'amore che mi donava una donna senza chiedere nulla, quante volte avevo abusato di quell'amore che mi veniva concesso? Era natura fuggire dall'amore che cercavo, tradirlo, goderlo e fregarmene. Certo, nei momenti di passione, di quella passione che confondiamo con Amore, avevo dato me stesso, mi ero come fuso nell'anima dell'altro.... ma erano stati momenti, ore, forse giorni, raramente mesi. Ed eppure avrei dovuto comprendere che Irene era simile a me, perfettamente corrispondente al mio essere infedele. Cercare e volere e non sapere cosa. Sto cercando, diceva spesso, e quando avrò trovato saprò cosa stavo cercando... Ma in realtà era come fuggire da se stessa, sentirsi ed essere infedele, tradire per uccidere un amore, come per non volerlo vivere, come per soffocarlo, come per una sorta di eutanasia dell'amore. Il desiderio di un amore grande, meraviglioso, che toglie il respiro... e poi volerlo distruggere piano, ucciderlo lentamente, mutilarlo solo per vedere l'effetto che fa. Tradire per fuggire, tradire per non vivere il coraggio di amare. Incapacità di amare forse? No, non credo. E' incapacità di vivere i propri sogni, di fermarsi ad un passo da quando stanno per essere vissuti, desideri che devono e che possono essere esauditi… ed eppure fermarsi e tornare indietro. Gli uomini del deserto la chiamano questa incapacità "morire di sete quando si è in vista delle palme dell'oasi". L'incapacità del nostro cuore di vivere il sogno, il desiderio che ci portiamo dietro come fardello. Aver paura dopo di soffrire troppo, di essere incapaci a vivere la felicità, tanto da rinunciarvi. Irene tradiva, aveva tradito me e lo avrebbe fatto ancora. Lo sapevo questo, era nella sua natura, come era nella mia.
- Perchè pensi a domani quando siamo qui io e te adesso? Perchè dobbiamo farci del male e pensare? Perchè.... domani... e non riusciamo a goderci il presente, l'adesso? - Lo ripetevo come se fosse sgranare le avemaria dal rosario. Una cantilena, continua e sempre uguale. Non avevo mai detto: io non lo farò mai. Le avevo sempre detto: lasciami il tempo. Ma ora mi accorgevo che le incomprensioni a volte costruiscono muri invisibili che nemmeno possiamo immaginare quanto lasciano soffrire. Piano piano crescono e diventano muraglie, piano piano le fai tue e ti ci imprigioni dentro. La teoria del gambero la chiamavo. Il gambero con la sua corazza che lo protegge ma che rischia di soffocarlo e farlo morire costretto nel guscio. Il gambero per non morire si libera ogni tanto di quella corazza, l'abbandona in un colpo per farsene una nuova e più grande, molliccia e gelatinosa, che dopo poche ore si solidifica. Ma i nostri muri protettivi noi non li possiamo buttare giù di colpo e ricostruire... no. Li lasciamo lì, senza buttarli giù… e finiamo per morirci dentro. Senza via di scampo.
La porta della camera si aprì piano. Il professor Mantini si affacciò come per vedere distrattamente come stesse il paziente.
- Buongiorno. Come va?-
- Bene, professore. No, in verità non lo so come va, mi sembra di aver discusso con una locomotiva.... -
Conoscevo bene il professor Mantini. Lo avevo avuto ospite diverse volte nelle mie trasmissioni e ne era nata una sorta di amichevole conoscenza, di quelle del genere... “quando le serve qualcosa... a sua disposizione...” ed io che rispondevo sempre, facendo le corna “grazie, ma preferisco averla ospite ed essere in credito”... Alla fine poi ne avevo avuto bisogno, visto?
- Un piccolo collasso, Borrini, niente di particolarmente grave, ma l'abbiamo tenuta in osservazione. Non ci sono complicazioni di sorta, è probabilmente dovuto al forte stress accumulato. Ma non c'è nulla di preoccupante. Domani la manderemo a casa.-
Alfredo Martini era il primario del reparto di Cardiologia, un uomo affascinante e dai modi garbati, quasi nobili oserei aggiungere, cinquantasei anni ottimamente portati, fisico che faceva ancora invidia ad un trentenne, capelli tendenti al grigio, corti e ben curati, milanese di nascita ed arrivato da noi qualche anno prima per ricoprire il posto vacante, dicevano in molti, o forse l'ennesima poltrona sanitaria che la politica aveva sistemato. Grande comunicatore con una voce calma e rilassante che ti faceva a proprio agio, come se la sua fosse stata una missione. Oggi verdi dallo sgardo profondo che sembrava analizzare tutto scientificamente, come se studiasse sempre chi avesse di fronte. Ricordo quella sera che era in trasmissione da me era per parlare della prevenzione dlel'infarto. Irene l'avevo messa tra il pubblico per farle fare una domanda precisa al professore. Avevamo finito per conversare insieme con lei e lui che parlavano di Milano, della vita della grande metropoli e dell'essersi ritrovati qui con l'inserimento nella vita di provincia.
- Da quanto sono qui, professore? -
- Da ieri pomeriggio.... non ricorda? -
- No, professore, è come se si fosse staccata la corrente di un tratto ed il robottino si è spento. Non sapevo quanto tempo fosse passato. Può dirmi che ore sono? -
- Undici e quaranta... - disse Martini guardando il suo Rolex.
- Sono in stato di arresto? - chiesi con un filo di voce.
- No, Borrini. Uomo libero, anche se fuori c'è un poliziotto che deve avvisare Salvetti ed il magistrato Tombesi appena aveva ripreso conoscenza e quindi potesse parlare.-
Ah ecco, mi sembrava che fosse finita qui. Tombesi e Solvetti… Crick e Crock pensai tra me… ricominceremo tutto da capo, ancora una volta domande, domande.... Mi inquietava quel dover rispondere sul passato di Irene e non sapere assolutamente un cazzo di quello che era accaduto. Lo sapevano tutti ed io invece, nulla. Sembrava il dover raccontare un film di cui tutti sanno il finale.
- Non ho visto i giornali, non li ho letti.... -
- Glieli farò avere... - rispose con una mezzo sospiro il professor Mantini, anche se in quello sguardo cortese c'era tutto un racconto che iniziava con le parole: io se fossi in lei non li leggerei...
- Ah, sua moglie e di là... vuole vederla? Tra poco arriveranno gli altri.... -
- Sì, volentieri professore... volentieri. -
Il professore usci dalla stanza portandosi dietro il codazzo di medici che lo seguivano come un'ombra. Avrei voluto chiedere se potessero togliermi l'ago o perlomeno sapere perchè faceva così male. Ma non c'era stato tempo per pensare perchè Luisa entrò nella stanza. Erano mesi che non mi vedevo con mia moglie… uno, forse due. Dai primi di giugno, dalla fine della scuola della piccola. Decisione presa insieme: il matrimonio sapevamo benissimo che era finito, che non c'era più nulla da dirsi... ma, almeno mai cominciato per davvero il nostro matrimonio? Eravamo mai stati complici? Amanti e fidanzati? O era stato solo il dividere una figlia che ci aveva tenuti insieme? Non era una separazione vera e propria, era un prendersi una pausa, un provare a staccarsi come ultima speranza di salvezza di qualcosa che è finito. Non carte bollate, ma solo un periodo consensuale di lontananza.
Luisa era una bella donna, i capelli neri tagliati corti, pochissimo trucco, come sempre. Occhi scuri, le sopracciglia che sembravano allinearsi sul viso, perennemente sistemate con le pinzette davanti allo specchio, come a dover dare a loro una forma che non avrebbero mai avuto. Fisico magro e slanciato, una decina di centimetri più bassa di me. Curata nel vestire, in maniera classica, troppo classico forse con un abbigliamento che non la ringiovaniva e che le regalava qualche anno in più, alla faccia della sua ricercatezza nello scegliere capi e colori da abbinare. Quante volte le avevo detto “Ed esagera con il vestire! Sei una bella donna, hai un bel corpo!...” e quante volte non avevo avuto risposta. La gonna corta, è troppo corta… la gonna lunga è troppo trasparente… la camicia si vede sotto il reggiseno… il toppino... per carità perchè mostra troppo! Quanti vestiti avevo comperato ed erano finiti prima nell'armadio e poi a casa di sua cugina Lorenza? Ohhh, un'infinità. La scusa sempre quella: mi sono ingrassata, mi sono dimagrita, non mi sta bene, troppo questo, troppo quello. Luisa era una bella donna -chi poteva negarlo? - di quelle che non passano inosservate, ma una sorta di bigottismo e perbenismo l'aveva resa intrasformabile anche per uno come me. Ci avevo provato in tutti i modi... ma avevo fallito...
Luisa era completamente diversa da Irene, nel modo di pensare, di vestire, di agire. Mi piaceva molto il modo di vestire di Irene che passava dall'eleganza alla sportività in maniera rapida, senza mai perdere il piacere di vestirsi, ricercatezza nel truccarsi, nel prendersi cura del corpo, nell'essempre sempre perfetta in una semplicità disarmante.
Non so se Luisa avesse saputo di me e di Irene. Forse lo immaginava, forse sapeva che c'era un'altra donna. Ero stato accorto, anche se in una piccola città di provincia è quasi impossibile che le cose non si risappiano. Non c'era stata nessuna parola, nessuna spiegazione, nessuna attestazione di dubbio. I miei viaggi erano puntuali... lavoro, dicevo e me ne andavo per un paio di giorni, fuggivo a casa di Irene, mi rifugiavo tra le sue braccia. Poi tre mesi prima, proprio in coincidenza con la fine della storia con Irene la sua decisione.
- Ho trovato un lavoro... -
- Bene, finalmente, sono sei anni che lo cercavi.... - dicevo con sarcasmo ed ironia, come se fossi distaccato da lei e dai suoi problemi. Perchè sono un bastardo? Eccola qui una spiegazione, solo a ripensare come mi ero comportato, gli inganni, le bugie, il non essere stato capace di dirle: io ho un'altra storie e separarmi come sono capaci di farlo tutti. Tacere e fingere, negare e negare, sempre. L'uomo tutto di un pezzo, che fingeva, che ingannava, che mentiva. No, non un bastardo, più figlio di puttana, semmai.
- Non è qui, è dai miei, mio padre mi ha trovato una sistemazione in Comune... - era come dire, me ne vado... non posso rinunciare.
- Cosa vuol dire, Luisa? -
- Che ho accettato quel lavoro e che con la piccola ci trasferiamo dai miei... è meglio così, Roberto, lo sappiamo entrambi...-
- Già lo sappiamo entrambi... -
Era stato uno stranissimo modo per allontanarsi, come per dire... è finita ma non possiamo ammetterlo, come a lasciare uno spiraglio, una scommessa sul futuro. I suoi vivevano in un piccolo centro montano ad una sessantina di chilometri di distanza, appena un'ora di macchina, anche se la strada non era delle migliori per arrivarci. Comodo per chi vuole essere lontani e restare ancora vicini.
Ero libero nel momento stesso in qui avevo finito la storia con Irene... assurdo... tre anni a discutere con Irene sui tempi del mio separarmi da mia moglie ed esserlo quando non contava più... quando ci eravamo già detti addio per sempre.