La gatta sta giocando con un foglio di carta caduto dalla scrivania. Ci ha messo sopra le due zampine anteriori e spinge con quelle di dietro, come se fosse il suo skate board personale. Me lo avevano detto che era strana la gattina... giocosa ed un po’ pazza. Mi avevano avvisato ed in fondo è solo la gatta di un bastardo. Bastarda lei, bastardo il suo padrone. Lei per razza, io per vizio. Già un bastardo. Voi penserete che esistano diversi bastardi... quelli con la "B" maiuscola, incalliti bastardi.... in realtà siamo solo bastardi. Punto.
Siamo quella razza di uomini nati, dicono le donne, per far soffrire, crudeli e stronzi il giusto, destinati ad un unico scopo nella loro vita: far soffrire. E dicono che ci riusciamo anche benissimo. La gatta continua il suo gioco curioso ed innocente... scorrazza per la stanza, su e giù. Ogni tanto mi guarda e poi riprende.
Credo che sia il caso che mi presenti, mi state leggendo e non sapete nemmeno chi sono. Mi chiamo Roberto Borrini, ho quarantasette anni, un matrimonio mezzo fallito alle spalle, una bambina meravigliosa che ha tenuto insieme i cocci di quella unione, giornalista di una piccola televisione locale e immancabilmente bastardo anche nel lavoro. La cosa che più mi stupisce è la domanda: perchè sei un bastardo? Come se fosse semplice rispondere in due parole. Ma abbiate pazienza, lo scoprirete, non abbiate fretta, forse il mio scrivere è anche questo, lasciarvi capire e comprendere cosa sia un bastardo e come agisce.
L'aria di fine luglio è insopportabile. Il caldo terribile, le finestre spalancate lasciano entrare un refolo di vento, troppo poco per sperare che possa essere refrigerio. Fuori è silenzio. La città è mezza vuota e mezza addormentata, come se ogni attività fosse cessata, come se avesse fatto pace con i suoi abitanti. Non soffro per il caldo, quello è relativo, basterebbe un condizionatore d'aria ed il gioco sarebbe fatto. Soffro per il più banale, assurdo, ovvio male del secolo. L'amore. Un bastardo innamorato, ecco sì, un bastardo che soffre per amore. Come sia possibile che un bastardo possa soffrire per amore non lo so. Insensibile, presuntuoso, orgoglioso, saccente, permaloso, egoista, inaffidabile, scostante, bugiardo: con questi crismi caratteriali come si fa a soffrire per amore? Che abbia incontrato una bastarda più bastarda di me? Probabile.
Cosa significa soffrire per amore? Significa avere avuto il coraggio mettere il proprio cuore sulla graticola e lasciare che accendano la carbonella sotto, consegnarlo e vedere come te lo mettono in un vaso di vetro in salamoia? O semplicemente aver lasciato che se ne cibassero con la consapevolezza che questo accadeva? Il bello, nelle pene d'amore, è che non vi sono ferite apparenti che sanguinano, cicatrici, tagli. Sono ferite silenziose che i più esperti riescono a leggerti negli occhi anche se, da bastardo, fai di tutto per non lasciarlo capire.
La gatta si è fermata esausta. Stesa sul parquet alla ricerca di riposo e di fresco. Sembra morta per la postura che ha assunto; una zampina sul musetto ed appiattita come se fosse "rigor mortis".
Non ho pudore nel dire che soffro, non me ne vergogno, sapevo benissimo all'inizio della storia che questa volta sarebbe stata terribile: troppo bella, troppo femmina, troppo bugiarda, troppo puttana, troppo persa nei suoi problemi per non essere la "femme fatal" che sai che ti aprirà il cuore in due. Ed io lo sapevo. Lo sapevo benissimo ed eppure sono andato avanti.
E' stato un incontro casuale, un classico dei tempi moderni del popolo di internet: una chat. Niente incontro al supermercato tra gli scaffali dei detersivi, niente presentazione da parte di amiche comuni, niente incontro perchè vicini a teatro. Una semplice fottutissima chat, di quelle che ve ne sono a centinaia e tutte uguali. Tu scrivi e l'altro risponde. Quanti ne nascono di amori così ogni giorno? A migliaia. nascono e muoiono nel giro di una sola stagione, una settimana, forse qualcosa di più, ma tutti destinati a finire. Sarà il mistero, il fascino del non sapere, l'immaginazione, il tornare ad essere corteggiatori... forse. O forse sono dei dannati ritrovi dove si cerca sesso spicciolo, incontri che durano un attimo e finiamo per condirli come se fossero quegli amori che nascono una volta ogni mille anni. Anche io quella volta ho pensato questo, che fosse quel grande unico amore che nasce una volta ogni mille anni. Ci ho voluto credere per tigna o forse solamente per solitudine o forse perchè era la donna sbagliata nel momento giusto, alla quale ti attacchi in maniera esagerata, quasi morbosa, sperando che possa regalarti una manciata d'amore e ti prostri davanti alle sue parole come uomo affamato di frasi amorevoli ed emozioni. Forse.
La mia vita non è stata un granché. Oh certo, non posso lamentarmi di come sia stata. Faccio un mestiere che adoro e credo di essere uno dei pochi uomini che è riuscito ad avere il futuro che desiderava. Essere un giornalista era il mio sogno anche se i miei genitori speravano che almeno da questo figlio ne uscisse fuori qualcosa di buono, magari un medico, ma non è andata così. Dentro di me non c'è il laccaculismo necessario per diventare medico di una struttura pubblica. Ci ho provato, ma non è andata. Il richiamo del giornalista, di una specie di mito, eroe senza macchia e senza paura era dentro di me ed ha finito con il prevalere. Avrò avuto si e no undici anni quando l'ho scoperto questo richiamo. Ero in vacanza dai nonni, in quel paesino sperduto tra le montagne che accoglieva la mia famiglia per i tre mesi di vacanze scolastiche. C'era una gara di motocross ed io curioso mi aggiravo nei box a sentire, vedere, curiosare. Ero così preso che prendevo appunti su un taccuino autocostruito per l'occasione e poi a casa in bella copia buttavo giù l'articolo. Il mio primo pezzo da giornalista. L'ho ritrovato per caso qualche anno fa nella vecchia casa della nonna aprendo un baule che custodiva le disgrazie della gioventù. Un quaderno con la copertina nera e con la costola delle pagine in rosso. Classico quadernetto di quei tempi. Non me lo ricordavo, pensavo fosse stato verde e più grande. A leggere le avventure avventurose di un undicenne era come ritornare indietro nel tempo, rileggere quello che accadeva in forma non di diario ma di articolo giornalistico. C'era pure un pezzo dedicato ad una ragazzina che abitava lì accanto, compagna di giochi e di divertimento e della quale ne ero pure follemente innamorato.
Un giornalista. Mi ricordo la prof di italiano che all'ultimo anno di liceo, ultimi giorni di scuola prima degli esami, ci passava in rassegna chiedendoci, con tono tra il serio ed il curioso “e tu, cosa farai dopo il liceo, quale sarà il tuo indirizzo?” Chi scienze bancarie, chi medicina, chi l'avvocato, chi come me.... il giornalista. Il giornalista? Sì il giornalista! La prof mi guardava con aria compatita. Già perchè voler fare il giornalista tra gli anni settanta ed ottanta era un po’ come essere figlio dei fiori. Adesso c'è la moda, tutti a voler fare il giornalista, prima era cosa riservata a coloro che espressamente non avevano voglia di fare un cazzo, niente futuro e poco sugo. L'impressione del giornalista era quella di un topo di redazione, un amanuense che copia le veline, un alchimista delle parole che vede poco la luce del sole e che al massimo, quando ha culo, mette la sua firma in fondo ad un articolo. Taccuino, matita e gettoni telefonici era il suo corredo. Niente fax, niente cellulare, niente computer, niente registratorino digitale per prendere appunti. Non c'erano le tv private, quelle locali nascevano allora ma senza concederti nulla per il futuro. Non c'erano le "fiction" che ti presentavano il giornalista investigatore, belloccio ed affascinante che fa le inchieste, scopre e manda in galera il cattivo di turno. Al massimo l'unica cosa alla quale ti potevi tenere era un consumato Bogart che ripeteva con voce nasale: è la stampa bellezza, e tu non puoi farci nulla!
Farò il giornalista, ed è così che è finita.